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EVEREST BASE CAMP TREKKING

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EVEREST BASE CAMP TREKKING

25 Aprile, giorno di festa, giorno di pioggia, ma soprattutto il giorno della partenza. Arri, Cipi ed io arriviamo nel pomeriggio a Malpensa, entusiasti per l’avventura che stiamo per intraprendere, con i nostri bagagli carichi di tutto il necessario per affrontare il freddo himalayano. In aeroporto conosciamo i nostri compagni di viaggio, Lorenza, cinquantenne giovanile, e Federico, biologo in viaggio di laurea.

Dopo un lungo volo, con tanto di scalo fulmine a Istanbul, arriviamo nella tarda mattinata a Kathmandu. Il percorso per il visto ci cala già nella realtà orientale, tra namaste e ritmi piuttosto blandi.

Una volta ottenuto il visto, usciamo da quello che sembra tutto, tranne che l’aeroporto internazionale di una capitale, seppur piccola.

Degli individui in abbondante sovrannumero ci prendono in consegna e ci caricano su un pulmino, diretti all’agenzia dove sbrigheremo le ultime formalità, non senza prima averci chiesto una considerevole mancia, approfittando del nostro lieve iniziale sbandamento.

La stanza che funge da agenzia ha un velato profumo di limone ed è tappezzata di manifesti di alta montagna, con qualche gagliardino del CAI a simboleggiare il pluriennale rapporto con l’Italia.

Pagata la quota restante del viaggio e cambiati i soldi in rupie (poche banconote da 50 euro diventano alcune decine di banconote da 1000 rupie l’una, con i segni del tempo decisamente evidenti), ci mettiamo in viaggio verso Khurkhot, dove passeremo la notte in attesa del volo per Lukla.

Scopriamo così subito quanto le strade nepalesi siano poco confortevoli, piene di buche e di tratti sterrati, percorse a tutta velocità da pulmini, carichi di turisti, e da camion d’annata, decorati in maniera colorata e folkloristica, che si sfiorano ai limiti del contatto.

Dopo circa un’ora e mezza ci fermiamo in quello che in Italia definiremmo un autogrill: beviamo una Coca-Cola, mai così buona e sempre una certezza all’estero, utile per affrontare il caldo che si fa già sentire.

Ci rimettiamo in marcia e cominciamo a seguire il percorso di un fiume che è il centro della poca vita che incontriamo lungo il percorso. Vediamo infatti i nepalesi incontrarsi sulle rive del fiume, sui ponti che lo attraversano e sui campi di granoturco che sono ai suoi lati.

Quando ormai è buio, raggiungiamo, abbastanza sfiniti, la nostra destinazione: un piccolo albergo che ci sembra una salvezza dopo il lungo viaggio.

Ci concediamo una doccia e per cena assaggiamo il dal bath, un piatto tipico nepalese a base di riso e verdure, prima di collassare a letto.

Il mattino seguente partiamo alle 4:30 per raggiungere il piccolo aeroporto di Ramechap da cui prenderemo il volo per Lukla. Il percorso è anche più accidentato di quello del giorno precedente.

L’aeroporto è di dimensioni ridicole, ma finge di essere un aeroporto serio con “controlli” sia ai bagagli che a noi.

Il peso massimo dei bagagli è di 15kg a testa che ovviamente sforiamo tutti, ma basta pagare una piccola somma e tutto viene dimenticato.

Quando ci affacciamo sulla pista la reazione è un mix di stupore e spavento: ci sono infatti 6 piccoli aerei pronti al decollo e uno di questi è il nostro.

Nemmeno il tempo di aspettare e subito ci imbarchiamo: si tratta di un aereo da 20 posti, a eliche, che all’accensione ci riempie i polmoni dei fumi di scarico.

La cabina di pilotaggio è separata da noi, in prima fila, solo da due tende, ma c’è una gentilissima hostess che ci ricorda le procedure di sicurezza da seguire su un volo aereo.

Il decollo è rapido e si vola quasi a vista, anche se le nubi tutto attorno ci impediscono di avere una visuale ottimale di ciò che ci circonda. Dopo 20 minuti un improvviso calo di quota ci avvisa che il viaggio sta per terminare, con l’atterraggio sulla famosa pista di Lukla: una breve striscia di asfalto, in salita e con un muro a delimitarne la fine.

Nonostante queste premesse, l’atterraggio è molto meno traumatico del previsto: siamo finalmente a Lukla, da dove avrà inizio il nostro trekking.

Ci guardiamo attorno un po’ sbigottiti, ma anche consapevoli del fatto che questa sia ormai la porta d’ingresso all’Everest di tutti gli alpinisti, del passato e del futuro. Recuperiamo i nostri bagagli e ci dirigiamo verso il lodge dove faremo colazione.

Pochi metri ma apparentemente interminabili, perché dobbiamo portare con noi anche il bagaglio da stiva: capiamo subito che non ringrazieremo mai abbastanza gli yak che si sobbarcheranno questo carico.

Scopriamo infatti in quel momento che non saranno dei portatori a trasportare i nostri bagagli, e questo ci rende più sereni rispetto al peso di qualche cosa in più che, per precauzione, abbiamo portato con noi.

Ammiriamo le vette attorno a noi in attesa della colazione (scopriremo poi che i tempi di preparazione nepalesi sono abbastanza prolungati), notando subito come la vegetazione cresca a quote ben maggiori rispetto alle nostre zone: siamo a 2860 metri e vediamo ancora almeno mille metri di piante andare verso l’alto.

Allo stesso tempo notiamo come la quota della neve sia molto più alta di quanto ci aspettassimo.

La latitudine a cui ci troviamo, unita all’azione da schermo che la catena dell’Himalaya fa alle correnti fredde provenienti da Nord, rende possibile tutto questo.

Nel frattempo le nostre colazioni sono pronte: cominciamo ad abituarci ad alcune pietanze locali come i chapati, delle specie di piadine calde con miele e marmellata.. non male!

Nel frattempo il portatore sta caricando i nostri bagagli sul dorso degli yak che ci accompagneranno nel nostro viaggio. Una volta terminato il tutto, possiamo finalmente partire.

Vediamo dall’alto la pista su cui siamo atterrati e, dopo le foto di rito, imbocchiamo la strada che ci porta all’inizio del trekking: ci stupiamo già della quantità di negozietti che la popolano, dove è possibile trovare tutto ciò che può servire per il cammino, dai prodotti per l’igiene ai capi d’abbigliamento tecnici, della cui originalità dubitiamo parecchio.

Lama, la nostra guida Sherpa, ritira per noi i trek permit necessari per camminare nel Sagarmatha National Park: siamo così ufficialmente in viaggio.

Il sentiero è largo e ben tenuto, ed è percorso da molti trekker, in entrambe le direzioni, di ogni genere ed età, alla cui varietà ci abitueremo ben presto.

Si snoda lungo il versante della valle, leggermente in discesa verso la nostra meta odierna, Phakding. Questo è di grande aiuto per le mie condizioni fisiche, che seppur in netto miglioramento, rimangono ancora precarie: la partenza mi ha regalato una bella faringite, che sto combattendo con antinfiammatori e antibiotici.

Notiamo presto che, nonostante siamo a quote per noi di alta montagna, qui c’è vita che pullula. Accanto al sentiero ci sono infatti abitazioni, negozi e lodge: è il popolo sherpa, venuto a stanziarsi in queste zone direttamente dal Tibet, e divenuto ben presto un popolo ricco, grazie alle loro peculiarità: oltre all’allevamento, prevalentemente degli yak, e all’agricoltura, fondata su patate e verdure resistenti al clima, la grande fortuna degli sherpa fu la loro abilità nel commercio, soprattutto tra India, Nepal e Tibet, lungo strade che solo loro erano in grado di percorrere con pesanti carichi sulle spalle.

La loro abilità nel commercio ha trovato quindi florido terreno su cui crescere nel turismo himalayano, cercando tuttavia di mantenere le peculiarità che li caratterizzano.

Infatti è proprio in uno dei lodge (letteralmente potremmo definirle locande, che offrono pernottamento e cibo) che ci fermiamo per la prima volta a Ghat, dopo circa 1,15 h, per quella che diventerà ben presto una tradizione: il tè di metà mattina.

Ce n’è per tutti i gusti e impareremo a conoscerli pian piano: mint tea, con le foglie fresche di menta ad insaporirlo (fino a quando il clima consente di coltivarle), ginger tea, con lo zenzero sminuzzato o tagliato a fette sottili immerso (sta al proprio coraggio mangiarlo a fine bevuta), fino ai classici black tea o lemon tea.

Incontriamo anche i primi monumenti sacri, come gli stupa, costruzioni bianche a base quadrata, su cui strutture circolari si alzano verso il cielo, per sostenere un pinnacolo dorato, decorate con gli occhi di Buddha, oppure numerose rocce, su cui sono scolpite o dipinte strane scritture, colorate in bianco e nero, o ancora delle strutture cilindriche, anch’esse abbondantemente decorate, da far ruotare su sé stesse per ottenere buona fortuna, testimoniata dal suono di una campana che quelle più grandi hanno al loro interno.

Tutti questi simboli sacri vanno rigorosamente superati a sinistra, ci dice Lama, per poter sperare in un futuro luminoso. A fine trekking ce ne saremo guadagnato abbondantemente, crediamo.

Dopo questa iniziale immersione nelle credenze religiose nepalesi, arriviamo a Phakding, non prima però di aver incontrato numerose processioni di asini e yak, qui utilizzati come mezzo di trasporto: 15-20 bestie, con a spalle taniche d’acqua e bombole di gas. Ci faremo alla svelta l’abitudine.

Il villaggio è al di là del fiume che superiamo sopra uno di quei ponti che spesso si vedono in fotografia, sorretti da funi metalliche, traballanti e adornati delle coloratissime bandierine di preghiera nepalesi, che da qui in poi ci faranno compagnia in continuazione.

Vinte gli accenni di vertigini che a fissare troppo il vuoto al di sotto del ponte si fanno largo, raggiungiamo il lodge, posto nel punto più alto del villaggio. È costruito in pietra granitica, estratta dalle rocce della valle, come quasi tutte le strutture circostanti, ha il tetto in lamiera e gli infissi colorati in verde, che insieme all’azzurro è il colore più in voga per questo tipo di dettaglio.

All’interno c’è una sala comune, con tavoli e panche per mangiare, e al piano di sopra ci sono le camere, tutte doppie, ed è completamente costruito in legno.

Prendiamo posto di fuori, a godere di una vista che già ci pare stupenda, e non abbiamo ancora visto niente, pronti a gustarci il primo, meritato, pranzo: il menù è vario e decidiamo di provare i momo al pollo, ma la scelta si rivela decisamente troppo piccante. Per fortuna una birra ci aiuta a spegnere la gola in fiamme.

Dopo aver resistito alla tentazione di un pisolino post prandiale al caldo sole del mezzogiorno, ci avviamo per una breve sgambata al tempio sovrastante il villaggio. Si è nel frattempo rannuvolato e quando arriviamo in cima, la valle si vede appena: scopriremo poi infatti che quasi tutti i voli per Lukla, successivi al nostro, sono stati cancellati. Siamo stati decisamente fortunati!

Il tempio è molto colorato, sia all’esterno, con il rosso come tonalità dominante, sia all’interno, dove alcuni monaci si dedicano con estrema cura a dipingere le pareti con scene variegate, a metà tra la realtà e la fantasia, e minuziosamente dettagliate.

Un giovane monaco ci offre al termine della visita un te con latte, dal gusto discutibile, ma che non possiamo rifiutare e che quindi beviamo, seppur riluttanti, per ringraziare dell’ospitalità che ci aveva colti di sorpresa.

Torniamo quindi al lodge, dove tra una partita a carte e una deliziosa doccia calda, aspettiamo la cena. Si fa buio abbastanza presto e, considerata anche la levataccia mattutina, decidiamo di andare a dormire relativamente presto, proprio quando inizia a piovere abbondantemente.

Chiediamo quindi a Lama, già intimoriti all’idea di dover marciare il giorno seguente sotto la pioggia, se sappia quali siano le previsioni meteo. Lama non si scompone e ci risponde con un laconico sometimes it’s rainy, sometimes it’s sunny, che non c’è bisogno di dirlo, diventerà la citazione della vacanza.

Il mattino seguente ci sveglia però un cielo azzurro e ci mettiamo in cammino per Namche Bazar. Ci aspetta una tappa lunga e con parecchio dislivello e siamo accompagnati da un sole che ben presto ci costringe a svestirci e cospargerci di crema solare. Costeggiamo il bel fiume lungo il versante della valle, e continuiamo ad attraversare piccoli villaggi in cui vediamo scene di vita quotidiana: portatori con assi e tavole di legno sulla schiena, bimbe in divisa che, tenendosi per mano, vanno a scuola percorrendo il nostro stesso sentiero, uomini e donne al lavoro per trasformare la roccia in pietre utili per costruire i sempre più diffusi nuovi lodge.

Il cielo terso ci permette di vedere anche in lontananza le prime cime: vette di oltre 6000 metri cominciano a stagliarsi all’orizzonte, ben oltre il punto che è la nostra meta di giornata, e che già possiamo immaginare dietro lo scollinamento che vediamo, 800 metri più in alto rispetto a noi.

Dopo circa un’ora di cammino arriviamo a Monjo, sede della scuola dove si stavano recando le bimbe che avevamo incrociato, e quindi a Dhorsali, dove otteniamo ufficialmente i lasciapassare per il trekking nel parco dell’Everest.

Incontriamo in queste ore la quasi totalità degli italiani che troveremo lungo il percorso: dapprima tre signori, uno dei quali di Lovere, che ci mettono in guardia sull’affollamento che troveremo lungo il percorso, ma che noi noteremo solamente nei tratti più vicini al campo base.

Poi un gruppo di sbandati, che hanno avuto la brillante idea di arrivare al campo base in bici, e che ci raccontano di come, per la maggior parte del tempo, abbiamo dovuto spingerla e non montare in sella: fatiche necessarie per permettere al comico del gruppo di fare lo spettacolo comico a più alta quota e per il cuoco della spedizione di cucinare una carbonara al campo base. Una goliardata faticosa, direi. Incontriamo anche un altro gruppo di viaggiavventurenelmondo, di ritorno da un trekking più breve, poco prima della nostra ormai consueta sosta te.

Dopo questa pausa attraversiamo l’ennesimo ponte che ci porta sull’altro versante, dove un saliscendi continuo e un districarci tra muli e yak ci conduce fino ad un ponte ben più scenografico: si trova infatti alla confluenza di due fiumi, ed è molto più alto di quelli che abbiamo attraversato finora. Proprio per questo si è in effetti meritato di apparire nel film Everest.

Abbandoniamo quindi la valle e cominciamo la tanto temuta e attesa salita: è dura come ce l’aspettavamo perciò la affrontiamo con numerose pause, rese necessarie anche perché il caldo e la sete si fanno ben presto sentire.

Lungo la salita qualcuno comincia ad accusare i primi segni di crisi di fame, mentre ci imbattiamo in giovani portatori, che percorrono la salita al nostro stesso ritmo, pur portando sulle spalle pesi ben maggiori dei nostri. Forse per questo i loro sguardi, quando incrociano i nostri discretamente affaticati, sono di leggero scherno. Rimaniamo stupiti dal loro abbigliamento: spesso indossano scarpe normali se non addirittura ciabatte, hanno capelli all’occidentale, spesso colorati, e si accompagnano con musica ad alto volume dagli smartphone o da casse portatili.

Finalmente il sentiero spiana e, dopo le ultime fatiche, arriviamo a Namche Bazar, che ci accoglie con negozietti di tutti i tipi, con tanto di quelli di attrezzatura tecnica con i marchi più famosi per l’alta montagna.

La strada principale ci fa capire di trovarci nella capitale del turismo della regione: troviamo bar, ristoranti, pub, farmacie, cambi, banche, persino il parrucchiere, oltre alle numerose strutture ricettive. In una di queste troviamo alloggio giusto in tempo per il pranzo.

Nel pomeriggio facciamo un giro nel paese, che è pieno di gente: trekker di tutti i tipi, abitanti del luogo, strani personaggi che non si capisce di preciso con che obiettivo siano lì. Arriviamo all’ingresso principale al paese, in completo rifacimento, da cui possiamo apprezzare come tutte le abitazioni abbiano un aspetto decisamente poco a bolla. Capiamo ben presto il perché: vediamo infatti operai intenti a fabbricare i mattoni a mano, scene da Italia anni 60.

A cena gustiamo una buona bistecca di yak, stupendoci di come la cucina si sia adattata al turismo dilagante, offrendo menù ben più vasti e occidentali di quanto ci aspettassimo, mentre osserviamo sulle pareti del lodge numerose fotografie delle montagne che di lì a giorni potremo vedere con i nostri occhi.

La sera andiamo a bere una birra nel pub: ha le pareti rivestite di magliette-ricordo di trekkers e alpinisti, un maxi schermo su cui si trasmette sport da tutto il mondo e un piccolo televisore con programmi di alpinismo. È frequentato da personaggi di ogni età e tipologia, accomunati da una birra e da un piumino. C’è persino un biliardo e per un momento non sembra nemmeno di essere a 3440 metri. All’improvviso, quando il pub si è già svuotato, all’orario a cui normalmente noi siamo soliti arrivarci al pub, sul piccolo schermo parte il film Everest e nei primi 15 minuti di proiezione vediamo i posti appena attraversati: gli aeroporti di Kathmandu e Lukla, il ponte sospeso, l’arrivo a Namche. Ce ne andiamo prima di vedere i luoghi che ancora dobbiamo raggiungere, come non volessimo avere spoiler.

La notte, complice il sacco a pelo, il freddo, l’altitudine e la birra, non è delle migliori, ma al mattino ci svegliamo discretamente riposati, rinfrancati da un cielo limpido. Ho un lieve mal di testa, ma nel frattempo la gola migliora: l’antibiotico sta facendo il suo effetto.

Un pudding al cioccolato per colazione e la partenza in salita a gradini non sono la combinazione migliore per affrontare di petto la giornata, ma per fortuna il museo della cultura sherpa, dove impariamo alcune interessanti nozioni sul luogo e sul popolo che lo abita, viene in soccorso della mia digestione.

All’uscita ci appare per la prima volta, in tutta la sua imponenza, la cima dell’Everest, che si staglia in fondo alla valle. Non ci sono nuvole ad impedirci la visuale, che spazia su Nuptse, Lhotse e Ama Dablam (una presenza costante che ci accompagnerà per molti giorni). La vista è veramente splendida e dentro di noi si fa largo una piccola grande emozione.

Lasciamo quindi il museo per dirigerci verso i villaggi sherpa, meta di questa giornata di acclimatamento. Prima di raggiungerli però ci concediamo una sosta all’Everest View Hotel (3880 metri), che raggiungiamo dopo una ripida salita con la quale superiamo un dislivello di oltre 300 metri: poche centinaia di passi, molta fatica. La vista è ancora migliore della precedente, perciò la fatica è ben ripagata, anche se il tè che l’accompagna non è dei più economici: siamo in fin dei conti in un albergo d’alta quota, non in un lodge, ed anche il servizio è ben differente.

Nel mentre assistiamo anche all’atterraggio di un novizio pilota di elicotteri dell’esercito nepalese; ci rendiamo conto dell’importanza del vento che in ben due occasioni gli impedisce di atterrare, costringendolo a ripetere la manovra di avvicinamento.

Per un elicottero che atterra ce ne sono molti che percorrono su e giù la vallata, approfittando delle condizioni meteo impeccabili.

Siamo pronti per ripartire e scendiamo quindi verso Khumjung, dove visitiamo la scuola voluta da Edmund Hillary: i piccoli sherpa possono qui ricevere una buona istruzione, sfruttando le piccole classi, ben curate, ma anche i numerosi spazi adibiti al gioco.

Il villaggio si trova al di fuori del percorso classico adibito al trekking, ed è perciò più originale. Si vedono donne cucire nei piccoli cortili delle abitazioni, ampi spazi recintati adibiti al pascolo dei cavalli e uomini portare ceste di saggina colme di paglia sulla schiena. C’è anche un bel monastero, ma è chiuso: ce ne faremo una ragione.

Siamo in un altopiano sopra i 3800 metri di quota e questo comincia a farsi sentire, ma continuiamo la nostra passeggiata raggiungendo il limitrofo villaggio di Khunde. Qui possiamo visitare, con estremo interesse, il piccolo ospedale, dedicato principalmente alla popolazione locale: una giovane e gentile dottoressa ci permette di visitarlo e notiamo come ci sia tutto l’occorrente per gestire le principali urgenze, compresa persino una piccola sala parto, con tanto di incubatrice, in cui 30 piccoli sherpa vedono qui la luce ogni anno. Davvero un piccolo gioiello.

Dopo l’ospedale ci dirigiamo verso il tempio, posto al culmine di una rapida ma ripida salita: qui un’anziana signora tibetana ci offre una tazza di tè, accompagnata da pane tibetano leggermente stantio, ma che non possiamo rifiutare. Possiamo però apprezzare come i tratti somatici della signora siano diversi da quelli delle donne sherpa, con un viso più fine e allungato, a testimoniare la diversa provenienza.

Mangiamo in paese un piatto di patate e cipolle cotte al volo, ma ciononostante veramente gustose. Alle 3 dobbiamo essere a Namche, ci avvisa la guida, perché c’è la possibilità di assistere alla proiezione di un film sulle scalate all’Everest, perciò scendiamo alla svelta, nonostante il nostro stomaco abbia parere contrario.

Arrivati al paese, scopriamo che non si tratta di una qualche forma di proiezione organizzata in maniera istituzionale per accogliere i turisti, ma della semplice iniziativa di un bar: facciamo buon viso a cattivo gioco, maledicendo Lama per averci fatto rimanere il pranzo sullo stomaco.

Il documentario affronta il mondo delle salite all’Everest da parte degli sherpa, un punto di vista sicuramente diverso ed interessante, che ci fa riflettere su come per loro si tratti prima di tutto di un lavoro, duro, che permette però a loro e alle loro famiglie di vivere meglio.

Dopo cena, replichiamo la passeggiata per le vie di Namche alla ricerca di un posto dove trascorrere la serata: troviamo un bar molto ben curato, che un tizio discretamente alticcio ci aveva consigliato con un inconfondibile very good cappuccino! Decido di fidarmi di lui e posso confermare che l’insegna Illy che campeggia fuori dal locale non è stata messa li per caso.

La notte scorre decisamente meglio della precedente: è il segno che un po’ ci stiamo acclimatando, per ora senza bisogno di attingere alle scorte di Diamox che Cipi ha saggiamente portato con sé.

Il mattino seguente ci sveglia un cielo ancora più limpido del precedente e così, dopo aver lottato per richiudere i bagagli, ci mettiamo in cammino, affrontando nuovamente la lunga scalinata che conduce al di fuori del centro abitato.

Sembrerà strano, ma lasciando Namche ci sembra di lasciare la civiltà dietro di noi: un po’ perché lì c’era la sensazione di poter trovare tutto ciò di cui avevamo bisogno e un po’ perché pare che da li in poi le comunicazioni con casa saranno impossibili, in quanto non troveremo più lodge che ci metteranno a disposizione il WiFi. Sebbene strano, ci sembra di perdere qualcosa, segno di come la possibilità di essere sempre connessi faccia ormai parte della nostra vita di tutti i giorni.

La strada che percorriamo si snoda pianeggiante lungo il versante destro della valle e troviamo la compagnia di alcuni cani randagi che ci seguono lungo il percorso. Ne abbiamo visti molti e continueremo a vederne: sono belli, seppur sporchi e poco curati, dormono appoggiati ai muri delle case, le zampe rivolte verso la strada. Hanno il pelo corto e ispido, il muso allungato e non li senti mai abbaiare. Sembrano buoni, in cerca di una semplice carezza.

Passiamo attraverso piccoli villaggi composti da poche case, in un fitto bosco di rododendri, la loro pianta sacra. Alcuni di questi sono in fiore e ci regalano delle immagini bellissime. Come bellissimo continua ad essere il panorama, con l’Ama Dablam alla nostra destra che si fa via via sempre più vicina.

In questo fitto bosco la strada comincia a scendere fino al fiume, che attraversiamo con l’ennesimo ponte sospeso. Ci fermiamo per l’ormai tradizionale tè ai piedi della salita di giornata: 600 metri di dislivello quasi verticali che ci porteranno a Tengboche.

Li percorriamo a fatica, sostando ogni 10-15 minuti: una salita del genere ci metterebbe alla prova anche a casa, figuriamoci a queste altezze. Il fondo è sabbioso e si alza molta polvere. Il sole ci scalda e non si può far altro che affrontare la salita in maglietta. Una volta preso il ritmo, abbinando ogni passo ad un respiro profondo e gestendo in modo saggio le pause, che si fanno via via più ravvicinate, arriviamo in poco più di un’ora alla fine della salita. Davanti a noi Tengboche: un tempio e qualche lodge. Ci aspettavamo di più. Vediamo però la bakery tanto decantata nelle guide e ci fiondiamo li. Un caffè sentiamo di essercelo meritati e a questo segue il pranzo a base di hamburger di pollo: il menù è come sempre molto internazionale. Ci spalmiamo di crema per resistere al sole e testiamo la nostra saturazione. Siamo ancora vivi.

Nel frattempo entriamo in confidenza con Lama: chiacchieriamo spesso, anche facendoci raccontare cose inutili, nel suo inglese stentato e nel nostro che si adatta al suo.

A fine pranzo è doverosa la visita al tempio: è qui che gli alpinisti che scalano l’Everest praticano la puja, la tradizionale cerimonia benaugurante. Ci togliamo le scarpe per entrare e all’interno troviamo due file di sedute per parte, con le tradizionali tonache rosso-arancioni dei monaci, sulla parete di fronte a noi vediamo le statue con le diverse raffigurazioni del Buddha mentre le pareti sono decorate con la stessa minuziosità che avevamo già scoperto a Phakding. Un riverbero di colori, forse anche eccessivo.

Per quanto lontana possa essere questo credo dalle nostre convinzioni, è comunque emozionante essere in un luogo che, per tutti coloro che affrontano la scalata alla montagna più alta della terra, rappresenta un posto in cui affrontare un rituale di buon auspicio e di protezione.

Scattiamo alcune foto di gruppo al di fuori del tempio e riprendiamo il cammino verso Pangboche, affrontando subito una ripida discesa. Continuiamo poi lungo il versante sinistro della valle, sul fondo della quale il fiume scorre impetuoso e regala splendidi scorci, fino a quando non lo attraversiamo nuovamente.

Comincia ad alzarsi un vento pungente, ma con l’ultimo sforzo della giornata raggiungiamo il termine della salita, che coincide con un suggestivo passaggio attraverso una porta decorata. Speriamo a questo punto di scorgere di fronte noi il paese, ma ancora alcune centinaia di metri pianeggianti ci separano dal lodge, che raggiungiamo quindi nel primo pomeriggio.

Giusto il tempo di una partita a carte all’aperto e ci rendiamo conto che è giunto il momento di rientrare; una doccia calda, una sciacquata al lavandino posto all’esterno e siamo come nuovi.

A quel punto il vento si è placato e si è portato via le nuvole: un cielo limpido ci regala delle splendide vedute sulle cime innevate circostanti. Sono così vicine che sembra di toccarle. In breve si tingono dei colori rosati del tramonto, che le rendono ancora più suggestive, soprattutto l’Ama Dablam, la montagna solitaria, che richiede di essere immortalata.

A cena un riso con uova, pollo e verdure ci regala un’inaspettata soddisfazione e Lama ci mostra una collezione di foto da altri trekking in cui ha fatto da guida: i panorami del Mustang e della regione dell’Annapurna sono molto affascinanti e lui ne è giustamente soddisfatto.

La chicca di questo lodge resta però il bagno: la tazza del water è infatti decisamente in pendenza e, non sapendolo, la cosa ci coglie parecchio di sorpresa.

La notte è abbastanza riposante e la mattina successiva attraversiamo il centro abitato lungo la via principale: lodge e shop la fanno da padrone, contornati da muretti a secco che delimitano le varie proprietà.

La giornata è ancora splendida, anche se il freddo mattutino ci costringe a coprirci un po’ di più, con l’ottimo ausilio dei gilet in piuma SWS che ci vengono in soccorso. Lungo il cammino incontriamo parecchie persone. Come al solito incrociamo gli yak con i nostri bagagli: continuiamo a meravigliarci di come il portatore che li accompagna percorra il sentiero con delle semplici ciabatte, mentre noi trekker non possiamo fare a meno delle nostre scarpe tecniche, che a fine viaggio saranno state messe duramente alla prova.

I portatori sono veramente qualcosa di unico: trasportano due o più zaini, ancorandoli in modo misterioso con corde e fasce alla fronte, camminando chini senza quasi vedere il percorso davanti a sé, e quando si fermano per riposare fanno sempre molta attenzione a lasciare il carico senza strappi eccessivi.

Chiediamo a Lama delucidazioni sulla loro vita e ci racconta che ormai il costo della vita per i portatori lungo il trek è sempre più alto, anche perché, a differenza di un tempo, quando erano liberi di dormire nelle sale comuni dei lodge, oggi questa agevolazione non è più così frequente e sono costretti a rivolgersi a delle apposite strutture, le porter’s house, che garantiscono loro vitto e alloggio, ma dietro pagamento.

Per questo motivo sono sempre meno i portatori disponibili, soprattutto per le agenzie di trekking, che a quanto pare sono meno generose delle spedizioni d’alta quota. Ed è per questo che alle volte è necessario ricorrere agli yak, più costosi, ma sempre disponibili. O almeno questo è ciò che ci lascia intendere.

Alcuni di noi cominciano ad accusare la quota: siamo oltre i 4000 metri e anche la vegetazione attorno a noi cambia. Il paesaggio si fa più brullo, gli alberi lasciano il posto a piccoli arbusti che crescono su un terreno secco e sabbioso, in cui la traccia del sentiero si perde e si dirama nei percorsi scavati dall’acqua durante la stagione delle piogge. In questo mutato paesaggio affrontiamo per un’ora un paesaggio che sembra venire da un altro pianeta, finché ci fermiamo ad un tea shop ai piedi della salita.

È una piccola casa in pietra, che emana un acre odore di fumo, nonostante non lo vediamo uscire da alcun tipo di comignolo. Una volta bevuto il tè mi affaccio all’interno per dire a Lama che siamo pronti a ripartire e ne approfitto per dare un’occhiata: noto così le pareti completamente annerite dal fumo, come immaginavo.

Affrontiamo quindi la salita che porta a Dingboche, un breve strappo che rimane nelle gambe, ma che al termine ci regala una splendida veduta sul villaggio. Preceduto da uno stupa molto suggestivo, DIngboche occupa una larga distesa al lato del fiume. I terreni sono delimitati dai già citati muretti di pietra, senza che apparentemente ci siano sentieri a districarsi in quel dedalo di strutture geometriche sconosciute, in mezzo alle quali spuntano i tetti di lamiera colorata delle case, sulle quali è dipinto con vernice bianca il nome del lodge o dello shop. È metà mattina quando raggiungiamo il nostro lodge, che ci regala una splendida vista, da un’altra angolazione, dell’Ama Dablam. Decidiamo di prolungare un po’ lo sforzo di giornata per garantirci un migliore acclimatamento: una traccia che scorgiamo sul versante opposto ed una rapida occhiata alla mappa ci fanno mettere in cammino verso un punto panoramico ai piedi della montagna.

Fatichiamo non poco a trovare un passaggio che ci conduca al fiume, arrendendoci alla fine al fatto che sia necessario scavalcare alcuni muretti e invadere delle proprietà private. Una volta raggiunto il letto del fiume, troviamo il ponte che Lama ci aveva indicato. Definirlo traballante è fargli un complimento: è una trave di ferro con sopra delle assi di compensato spesso, sotto al quale il fiume, d’un color grigio azzurro, scorre freddo ed impetuoso. Lo attraversiamo a passo svelto e ce lo lasciamo alle spalle.

Il sentiero che avevamo visto dal lodge ha la pendenza giusta per permetterci di procedere ad un’andatura svelta, ma non troppo faticosa. Tuttavia, giunti ad una radura, si impenna. Il ritmo del passo diventa a questo punto dettato dal respiro: un passo, un respiro, profondo, rigorosamente a bocca aperta. Il battito cardiaco si adegua, viaggiando a frequenze decisamente più elevate. Le pause diventano quindi frequenti e necessarie, ed ogni volta ripartire significa andare alla ricerca del passo giusto e resistere alle richieste di aiuto che vengono dalle gambe, che chiedono più ossigeno.

Come se non bastasse, si alza un vento gelido dalla valle, che ci costringe a coprirci con piumino e berretta Svalbard Islands, che saggiamente avevamo portato con noi nello zaino.

Abbandonata l’idea di raggiungere i 5000 metri del punto panoramico, decidiamo almeno di vedere i laghi che erano indicati sulla mappa poco al di sopra del punto in cui dovremmo essere. Li raggiungiamo, ma da un punto diverso rispetto a dove credevamo di trovarci e, soprattutto, ne vediamo solamente il fondo: sono completamente prosciugati e ciò che resta sono i sassi e il terreno privo di vegetazione che costituiva il fondale.

Ben poco male: siamo proprio sotto l’Ama Dablam e ne approfittiamo per alcune foto di gruppo. Vista dal basso la montagna è straordinaria: enormi seracchi che paiono appesi per miracolo e pareti sporgenti caratterizzano questo lato della montagna, la cui ascensione avviene infatti dal più accessibile versante sud. Ci accompagnerà per tutto il viaggio, ma non ci stancheremo della sua compagnia.

Il freddo alle mani e la fame ci fanno scendere alla svelta, scaldandoci rapidamente nel raggiungere la riva del fiume, che attraversiamo sul solito traballante ponte. Da qui, facendoci strada tra muretti e campi con yak al pascolo, raggiungiamo di nuovo il lodge.

Per pranzo un hash brown, un’evoluzione morbida del rosti, ci sazia, all’interno della grande sala comune del lodge, dove, come ormai da tradizione, i tavoli e le panche ricoperte di tappeti sono collocate lungo il perimetro. Le ampie vetrate, oltre a isolare poco rispetto all’esterno, offrono una bella vista sul villaggio e su quanto si può scorgere in lontananza della valle.

C’è ancora il sole e ne approfittiamo per fare un po’ di bucato: il lavandino è naturalmente posizionato all’esterno, l’acqua è gelida e serve anche per l’igiene personale. Ci si lava i denti aprendo un rubinetto che fa uscire l’acqua da un bidone blu dove era stata precedentemente raccolta.

Lo stesso sistema viene utilizzato per la doccia (uno stanzino messo assieme con alcune lamiere): la ragazza che mi porge le chiavi, prima di darmi l’ok, controlla il livello dell’acqua nel bidone e mi dice I think is enough for you… rassicurante.

Le luci a basso consumo energetico della sala ci accompagnano verso cena, non indimenticabile, e post cena, caratterizzato da giochi di carte e dalla compagnia un numeroso gruppo russo, il cui leader monopolizza la scena del lodge, esponendo ad alta voce ciò che andranno a fare nei giorni seguenti.

Anche noi cerchiamo di capire come sfruttare al meglio i giorni a venire, alla luce di un peggioramento delle condizioni metereologiche: una coltre di nuvole ha infatti nel frattempo raggiunto la valle, impedendo ai nostri panni stesi di asciugare nel migliore dei modi.

Quando la stanchezza sopraggiunge, ci ritiriamo nelle stanze, separate dalla sala comune, dove il freddo, i materassi duri e la nuova quota raggiunta non sono dalla nostra parte nel permetterci di riposare nei migliori dei modi, con frequenti risvegli.

L’ultimo risveglio arriva quando ormai è mattino e mi fa scoprire che, a dispetto di quanto temessimo la sera prima, il cielo è limpido e non c’è nulla che ci possa di impedire la nostra escursione di acclimatamento al Chukhung Ri, 5550 metri: il dislivello di oltre mille metri mi lascia dubbioso, ma ci mettiamo comunque in cammino, con zaini decisamente più leggeri.

Nonostante il sole risplenda alto nel cielo, cominciamo a sentire un freddo mattutino decisamente più pungente; partiamo quindi un po’ più coperti e abbandoniamo in fretta il villaggio, inoltrandoci in un paesaggio simile a quello brullo del giorno precedente, salendo lungo la riva destra del fiume.

Lungo il camino incontriamo una ragazza australiana che, nonostante il passo diverso, attacca ben presto bottone. L’avevamo già notata nei giorni precedenti, vogliosa di condividere la sua esperienza con altri, essendo in viaggio da sola: il suo cammino è ambizioso, volendo percorrere il giro dei 3 passi, che si snoda anche nelle vallate laterali a quella che noi percorriamo verso il campo base. La nostra guida la mette in guardia sul fatto che i passi siano pieni di neve e che serva l’attrezzatura necessaria, ma la ragazza sembra abbastanza noncurante del pericolo e soprattutto noi non siamo in grado di capire se sia invece Lama ad essere troppo titubante.

Al di là delle differenze di vedute, una delle cose più belle di questo trekking è proprio il fatto di incrociare più volte i passi con quelli di altre persone, con le quali nasce spontaneo uno scambio di saluti e sorrisi, dettati dalla condivisione della stessa esperienza.

Lungo il cammino ci fermiamo nei pressi di una stele commemorativa per Kukuczka e altri due alpinisti, morti sulla parete sud del Lhotse, che si scorge al di là del monumento funebre. Sul versante opposto della vallata si vede invece la regione dell’Amphu Lapcha, con ghiacciai pensili che sembrano essere scolpiti con la sinuosità di un tendaggio, che miracolosamente rimane sospeso per chilometri.

Dopo circa un’ora e mezza arriviamo a Chukhung, dove ci fermiamo in un lodge molto ben curato per dissetarci con un tè. Qui Cipi, che già aveva accusato un po’ di malessere lungo la salita, ci abbandona per tornare al lodge, dove un po’ di riposo gli farà sicuramente bene.

Noi decidiamo di continuare verso il Chukhung Ri, ma fin dalle prime rampe sappiamo che abbandoneremo ben presto la salita: è ripida e dura e raggiungere la vetta richiede uno sforzo prolungato, dato che il dislivello da affrontare è di circa 800 metri.

Fede è il primo ad abbandonare, mentre Arri, Lama ed io arriviamo fino ad un punto panoramico che ci permette di avere una vista incredibile: dall’Ama Dablam, passando per Amphu Lapcha, Island Peak e Makalu in lontananza, per arrivare a Lhotse e Nuptse. E tra queste cime altre decine di vette innevate che svettano a partire da distese di ghiacciai, nevai e morene. Meraviglioso.

Potremmo essere soddisfatti così, ma un piccolo promontorio attrae la nostra attenzione: Lama ci lascia fare quest’inutile sforzo da soli, ma una volta in cima la vista spazia ancora di più e, soprattutto, siamo per la prima volta sopra quota 5000, come la mappa confermerà poi.

Ci godiamo l’obiettivo raggiunto scattando alcune foto mentre un vento freddo ci sferza il viso. In lontananza vediamo alcune persone procedere a ritmo molto lento lungo il ripido sentiero che conduce al Chukhung Ri: di comune accordo decidiamo che la nostra fatica termina qui e iniziamo la discesa, che ci divertiamo ad affrontare di corsa. Torniamo quindi a Chukhung e, da qui, di buon passo fino a Dingboche, dove finalmente ci rifocilliamo adeguatamente.

Non abbiamo raggiunto la nostra meta, ma siamo comunque soddisfatti sia per il panorama di cui abbiamo goduto, sia per lo sforzo fatto, che speriamo ci torni utile per migliorare ancor di più l’acclimatamento.

Il pomeriggio trascorre tra lettura, sguardi alle fotografie scattate fin qui e partite a carte, che continuano nel post cena; la vita nel lodge è accesa da una folta compagnia inglese che, con qualche birra in corpo, aumenta i decibel della serata.

Il meteo conferma il peggioramento in arrivo e quindi decidiamo di abbandonare l’escursione prevista per l’indomani verso il campo base dell’Island Peak, e di dirigerci invece verso Dougla, così da avvicinarci al campo base ed eventualmente accorciare le tappe da percorrere sotto la neve o, peggio, la pioggia.

Alle 9 ognuno si è già ritirato nelle proprie stanze e solo io sono rimasto al caldo della stufa della sala comune; capisco che è giunta anche per me l’ora di andare a dormire, non prima però di essermi goduto un po’ di cielo stellato, che il freddo non eccessivo mi consente di rimanere ad ammirare.

Il mattino seguente prepariamo nuovamente i bagagli e ci muoviamo. Una ripida salita, sotto un cielo nuvoloso e freddo, mette alla prova la nostra digestione. Ben presto siamo però in cammino su un altopiano, la cui lieve pendenza rende meno difficile la nostra marcia.

Arriviamo presto a Dougla, punto di sosta lungo il sentiero con un paio di lodge e poco altro, più che un vero e proprio villaggio. Lasciamo i bagagli e, visto il tempo clemente, alleggeriamo gli zaini per dirigerci verso Dzongla, allungando così la nostra camminata odierna.

Prima di rimetterci in cammino fa anche capolino un timido sole, che rimane in vista giusto il tempo di permetterci di farci iniziare ad assaporare le nuove cime attorno a noi.

La strada per Dzongla è un continuo salire in costa alla montagna con alcuni saliscendi gratuiti che ci fanno ripensare, come già in precedenza, a quanto siano belle i sentieri tracciati dagli alpini sulle nostre montagne, e ci fanno maledire tutto quest’inutile dislivello.

Si aprono comunque attorno a noi dei panorami su cime come il Lobuche Est e quel che resta di alcuni ghiacciai, che non hanno saputo nemmeno loro resistere al duro avanzare del cambiamento climatico.

Il cielo si va via via rannuvolando, salvo concederci qualche sprazzo di sole solo al nostro arrivo, che ci permette di vedere in lontananza dove il sentiero si inerpica per il passo Cho La, 5400 metri, uno dei 3 passi che costituiscono l’omonimo giro. La nostra deviazione ci ha infatti portato fuori dalle rotte dell’EBC e questo lo si percepisce in un modo difficile da spiegare se non con le facce più avventuriere di coloro che siedono ai tavoli del lodge, come quelle di una giovane coppia francese con cui facciamo due chiacchiere, e che erano lì arrivati proprio dal Cho La, per lo stupore di Lama. Decidiamo di pranzare qui con patatine e uova fritte, mentre un giapponese ordina dei noodles che risucchia con inaudita rumorosità: dapprima ne sorridiamo tra noi, ma al suo perseverare vengo preso dal più classico degli attacchi di risata compulsiva che mi costringe a gettarmi di corsa fuori dal lodge per non continuare a ridergli in faccia.

Nel frattempo si è unito al nostro tavolo un bel cagnolino che ci aveva seguito come un fedele cane di famiglia sin da Dougla. Si appisola proprio sotto le mie gambe, ma quando è ora di tornare non ci seguirà.

Il tempo di digerire, in parte, il pranzo, impresa non delle più semplici dato il grado di unto delle paratine, e ci rimettiamo in marcia anche perché le previsioni e il cielo promettevano un peggioramento pomeridiano.

Dopo pochi minuti comincia infatti a scendere un nevischio dapprima lieve, ma che poi si fa più bagnato ed intenso. Aumentiamo perciò l’andatura, nonostante una scorciatoia in salita, e in men che non si dica siamo nuovamente al lodge di Dougla, non troppo bagnati ma decisamente infreddoliti.

L’interno del lodge, che non ha soluzione di continuità con l’esterno, è decisamente freddo, ma per fortuna, mentre noi beviamo l’ennesimo tè, le proprietarie accendono la stufa posta al centro della stanza, alimentata con sterco di yak essiccato. Ci vorranno ore perché il calore si diffonda, anche se le sedie poste attorno alla stufa rimangono il posto più gettonato e offrono l’occasione per qualche chiacchiera.

Conosciamo così una coppia australiano/sudafricana e rivediamo una coppia mamma e figlia della compagnia russa, che avevano evidentemente abbandonato per motivi che non conosciamo. Insomma, a 4600 metri, mentre fuori ha smesso di nevicare, in un lodge che solitamente è più di passaggio che di sosta, riscopriamo il piacere del calore di una stufa e di quello umano che attorno ad essa si catalizza. La cena poi si fa apprezzare per la sua bontà nella semplicità.

Andiamo così nelle stanze, gelide, pronti ad affrontare una delle ultime notti a quote alte, convinti di poterci riposare. Non sarà proprio così, visto che all’1:32 mi trovavo a scrivere questo mio personale resoconto, ascoltando la pioggia che per alcuni istanti ticchetta sul tetto mentre poco più lontano si sentono risuonare le campane degli yak.

Il sonno non arriva e quindi alle 5 esco con le prime luci del mattino e scopro che una coltre di 5 cm di neve si è posata e continua a scendere.

Una ricca colazione ci dà la forza di affrontare la ripida salita che in poco meno di un’ora ci porta a quota 4800, al passo che conduce a Lobuche, dove è situato un memoriale in memoria di quanti hanno perso la vita nel tentativo di scalare l’Everest o su queste ed altre montagne. Inizia a nevicare più forte e c’è nebbia perciò rimandiamo al ritorno un momento da dedicare in questo posto, e ci incamminiamo rapidamente verso Lobuche.

Con un leggero falsopiano, la raggiungiamo più rapidamente del previsto e ci troviamo di fronte a quello che, in questa distesa di neve, ci appare come un avamposto verso territori selvaggi. Beviamo un tè, che si prolunga più del solito, pur di rimanere al riparo dalla neve che si è fatta più intensa, ma verso le 11 decidiamo di incamminarci verso la Piramide EvK2CNR, un centro di ricerca italiano, nei pressi del quale i nostri connazionali hanno costruito un rifugio, oggi gestito da nepalesi, che viene sempre decantato per i servizi che offre, soprattutto se confrontati con quelli dei lodge di Lobuche. In circa 20 minuti lo raggiungiamo e la piramide ricoperta di pannelli solari si erge immediatamente alla nostra vista.

Entriamo e immediamente decidiamo di provare degli spaghetti: qualcosa di italiano sarà rimasto. È la carbonara più strana che abbia mangiato, ma tutto sommato è più che buona!

Una volta digerito e messo in carica ogni oggetto possibile, decidiamo di concederci una doccia calda, vero must del posto, ma purtroppo i due giorni di maltempo hanno privato il lodge della possibilità di avere acqua calda e così dobbiamo rimediare sulle sempre più utili salviettine.

Puliti e profumati per quanto possibile, andiamo alla scoperta della piramide: nonostante un avviso impedisca di entrarci se non accompagnati, ci addentriamo sentendoci un po’ autorizzati dal fatto di essere italiani.

All’interno rimaniamo stupiti della ricchezza di materiale che troviamo, sia in termini di ciò che è necessario per far funzionare una struttura del genere (con tutti i pannelli solari a garantire energia), sia per quanto riguarda gli esperimenti, che spaziano da esperimenti fisiologici, come un treadmill e una cyclette ci dimostrano, ad altri chimici o geologici, di cui ritroviamo alcuni dati risalenti al 2016.

Ci intristisce vedere però come tutto sia rimasto abbandonato come se d’un tratto non ci fosse più stata la volontà o la possibilità di continuare: è come se qualcosa fosse rimasto in sospeso.

Riflettiamo anche sulla forza di volontà dei ricercatori che qua hanno lavorato, in quanto si tratta di un posto davvero isolato, seppur collocato in una posizione strategica, la cui vista non possiamo apprezzare per via del cielo che rimane coperto, sebbene abbia smesso di nevicare.

Il posto è davvero affollato, non solo di coloro che si fermano qui per la notte, e che pertanto riempiono la sala, ma anche di semplici visitatori che vengono dalla vicina Lobuche.

La cena è calda e buona, così come calde e comode sono anche le stanze dove la notte scorre meglio delle precedenti, se si eccettua una compagna di stanza un po’ rumorosa.

Al mattino seguente ci svegliamo comunque riposati, ad attenderci c’è un cielo azzurro che ci permette di immortalare la piramide con alle spalle la vetta del Pumori, altra vetta di oltre settemila metri che avevamo solo intravisto finora. È la vista decisamente più scenografica della piramide, che non possiamo non immortalare.

Ci inerpichiamo subito per un sentito ripido e immacolato, visto che le uniche tracce che vediamo sulla neve sono quelle di animali. Malediciamo un po’ la guida, ritenendo che tornare da dove eravamo venuti e ricongiungerci al sentiero che viene da Lobuche fosse un’idea migliore.

Veniamo smentiti immediatamente quando dopo una curva il sentiero spiana e ci permette di avere già una splendida vista sul ghiacciaio del Khumbu e sulle vette del Nuptse, del Pumori e di cime satelliti, ma anche di guardarci alle spalle e scoprire la valle da cui proveniamo ricoperta di nuvole da cui spuntano solo le cime innevate. Il panorama che questo sentiero ci riserva è dunque splendido, soprattutto se lo confrontiamo con quello di cui possono godere coloro che vengono dal sentiero di Lobuche, che scorgiamo 150 metri più in basso, decisamente più frequentato.

Dopo un po’ i due sentieri si uniscono e ci rendiamo conto della quantità di gente che è diretta nella nostra stessa direzione, spesso con passo più lento, che ci costringe a superarli saltellando tra le rocce al di fuori del sentiero battuto. Addirittura una signora si fa portare a cavallo: decisamente fuori luogo. Anche perché il cavallo come noi, penso soffra l’assenza di ossigeno.

Stiamo camminando con qualche saliscendi ma prevalentemente in salita ampiamente sopra i 5000 metri, ovvero camminiamo sospesi sopra l’Europa. Questo aspetto non passa inosservato: tutti noi infatti fatichiamo ad avanzare, non solo in salita, ma persino nei tratti pianeggianti.

In lontananza si comincia a vedere la lingua del ghiacciaio vicino alla quale è situato il campo base: si intravede anche qualche tenda, lasciando un discreto spazio all’immaginazione che trasforma dei punti arancioni in tende evidenti.

Questo ci da però lo spirito giusto per non ridurre l’andatura ed in circa 2 ore raggiungiamo Gorak Shep, dove possiamo goderci un tè caldo nel lodge che ci ospiterà per la notte. Sgranocchiamo anche qualcosa, consapevoli che lo sforzo sarà ancora lungo, e anche Arri, nonostante stia camminando con la febbra, si convince di provare a raggiungere quella che a tutti gli effetti è la vera metà del trekking. Dopo circa una mezz’ora trascorsa in questo lodge spartano, ci rimettiamo in cammino. Superiamo un iniziale tratto pianeggiante, dove la neve caduta si è sciolta ed è diventata fango, per poi risalire sulla morena glaciale ed avanzare lungo il sentiero che si snoda tra e sopra grossi massi.

Talvolta, dal lato opposto della valle, si sente il rumore di materiale che cade, a ricordarci che siamo in una zona in cui tutto è in movimento, persino quell’ammasso enorme di roccia che è l’Everest stesso.

Davanti a noi il panorama si fa sempre più meraviglioso: la conca del campo base (di cui adesso si riconoscono distintamente le tende) è circondata da vette altissime, che si fanno via via più vicine, e soprattutto da ammassi enormi di ghiaccio.

Dopo essercelo immaginati nel posto sbagliato, identifichiamo l’Icefall in modo inconfondibile: è la parte di ghiacciaio evidentemente più instabile che gli sherpa d’alta quota e gli alpinisti devono attraversare più e più volte nel corso di una scalata all’Everest,

È posta tra il campo base e campo uno e quindi è necessario passarci attraverso ogni volta che si va ai campi superiori per i vari periodi di acclimatamento: proprio per questo, all’inizio della stagione alpinistica alcuni sherpa altamente specializzati, che prendono il nome di Icefall doctors, la mettono in sicurezza con corde e scale, cercando di posizionarle nei punti in cui il ghiacciaio si muove di meno.

Noi non dobbiamo nemmeno avvicinarsi e ci limitiamo ad osservarlo da lontano e ad ammirare come la natura in movimento regali sculture di ghiaccio così grandiose.

Tutto questo panorama ci fa sostare più di quanto il nostro corpo ce lo chieda, ma non ci lamentiamo di qualche istante di riposo in più.

Dopo una breve discesa siamo finalmente al famigerato campo base, che non ha confini definiti se non la presenza di tende sparse e di scritte sulle rocce e bandierine stese ovunque.

Dopo pochi passi troviamo sulla sinistra una roccia, dalla quale partono centinaia di bandierine e recante la scritta : Everest Base Camp 5364 m. Ci mettiamo quindi in coda per le foto di rito ed aspettiamo che tutti arrivino, mentre ci guardiamo attorno attoniti.

Il campo si estende per centinaia di metri alla nostra vista, costeggiando, come era descritto ,la lingua del ghiacciaio che scende direttamente dall’Everest.

Dopo un po’ decidiamo di addentrarci, camminando sul sentiero di ghiaia al di sotto della quale è possibile intravedere la presenza del ghiaccio: siamo a tutti gli effetti sul ghiacciaio.

Ai lati del sentiero si alternano tende grandi, adibite a cucina o sala comune, e tende piccole, adibite a dormitorio, delle varie spedizioni commerciali. Dopo aver notato che il movimento nel campo è decisamente inferiore a quello che immaginavamo, complice forse anche l’orario del pranzo, decidiamo di incamminarci sulla via del ritorno, stanchi ed affamati.

In meno di un’ora siamo di nuovo a Gorak Shep, dove ci godiamo un pasto abbondante, mentre fuori ancora decine di persone si dirigono verso il campo, nonostante le temperature si stiano abbassando e il cielo si stia rannuvolando. A Gorak Shep scende persino qualche fiocco di neve dalla forma molto ben definita, nulla di preoccupante per chi cammina, ma qualcosa che ci conferma come sia buona cosa essere nei lodge nelle prime ore del pomeriggio, per non incorrere nel peggioramento del tempo.

Il lodge è freddo e solo verso le 4 i proprietari del lodge si decidono ad accendere la stufa, che da lì a poco comincia a regalarci un po’ di calore. La cena, a base di carne finalmente, seppur con una dose eccessiva di aglio, viene servita alle 6:30. Abbiamo così il tempo, con lo stomaco già pieno, di uscire a guardare le ultime luci del giorno illuminare le vette delle cime, ormai molto vicine, di un colore rosato che rapidamente viene sostituito dalle tonalità fredde che conducono alla notte.

Siamo a 5180 metri, la notte più alta del trekking, e possiamo ancora goder di un tale spettacolo. Un briciolo di emozione ci pervade, anche alla luce della giornata appena trascorsa.

Trascorriamo la serata leggendo nella sala comune del lodge, raccogliendo l’ultimo calore della stufa prima di ritirarci nelle stanze gelide. Un breve riposo ci aspetta, in quanto il giorno dopo partiremo alle 4:30 per la salita verso il Kala Pathar, una piccola montagna vicina, da cui si gode di una splendida vista sull’Everest (o almeno così speriamo). Oltre che breve, il riposo é anche travagliato: sarà il freddo, sarà l’alta quota, ma anche qui dopo un paio d’ore iniziali di sonno, non riesco più a chiudere occhio.

Verso le quattro, dopo una visita infruttuosa nella sala comune, riesco a prendere finalmente sonno ma dopo poco la sveglia suona. Si parte per il Kala Pathar.

Dopo un the caldo, siamo già in cammino. Fuori è buio e i nostri passi sono illuminati solo dalla lampade frontali, mentre il sentiero si fa subito ripido. Comincio sin da subito a soffrire il freddo alle mani e ai piedi, oltre che l’enorme fatica per la salita. Sono più d’uno i punti in cui penso di fermarmi, ma la vista dei miei compagni di salita qualche metro avanti a me, mi stimola a proseguire e ne vale la pena.

All’alba siamo qualche metro sotto la cima e di fronte a noi si erge l’imponente cima dell’Everest, a sinistra della quale vediamo spuntare in fretta il sole, per un’alba emozionante e indimenticabile.

Dopo alcune foto di rito in controluce, scaliamo gli ultimi metri che ci separano dalla cima del Kala Patthar, per poter dire di averla ufficialmente conquistata.

Anche qui ci concediamo il tempo di qualche foto e di uno sguardo verso l’Everest, ormai difficile da sostenere a causa del sole che ci illumina proprio da quella parte.

I piedi intanto non si sono ancora riscaldati perciò decidiamo di scendere prontamente ed è solo durante la discesa che un po’ di calore comincia a rifluire anche nelle estremità.

Arriviamo nel lodge discretamente distrutti, tant’è che il mio programma di cambiare abbigliamento per affrontare la discesa si perde nel nulla, tanto poche sono le energie rimaste.

La tanto agognata colazione mi restituisce un po’ di forze sotto forma di miele, marmellata e burro d’arachidi, e siamo pronti ad affrontare la discesa.

Si parla di discesa ma la realtà è che il primo tratto che parte da Gorak Shep è un continuo saliscendi in cui le gambe, già provate dalla salita mattutina, faticano non poco. Incontriamo davvero tanta gente è in alcuni punti si crea parecchio traffico, che poco si abbina a quei posti. Tuttavia la particolarità è che solo nell’ultimo tratto del trekking abbiamo notato questo affollamento, che nelle restanti tappe non si percepisce molto.

Percorriamo quindi a ritroso il tratto del giorno prima, sino al punto in cui il sentiero si divide in quello che va verso la piramide e quello che scende verso Lobuche. Prendiamo stavolta questa direzione, andando incontro a un sentiero sconosciuto, che si snoda lungo la valle, a fianco degli ammassi detritici morenici. La giornata splendida ci permette di godere nuovamente di altri magnifici paesaggi montani, oltre a scene di quotidianità con yak liberi al pascolo che si avvicinano a noi senza timore. Il passo è svelto, un po’ perché il sentiero e bello ed in leggera discesa, un po’ perché in noi comincia a crescere la voglia di scendere. Ci fermiamo giusto a Lobuche per un tè, per poi riprendere a camminare.

Anche Lama è di buon umore, contento della buona riuscita del trek e del raggiungimento degli obiettivi fissati.

Da Lobuche in poi percorriamo lo stesso sentiero che due giorni prima avevamo percorso sotto la neve, e il cambiamento è radicale. Anche in questo tratto i panorami sono mozzafiato attorno a noi e, seppur senza rallentare il passo, ci concediamo qualche foto. Dopo un’oretta arriviamo al memoriale per le vittime dell’Everest. Ci fermiamo, leggendo i nomi incisi su quei monumenti funebri, ma soprattutto assaporando l’atmosfera sacra che in quel punto, un balcone su decine di bellissime cime, si presta assolutamente ad essere il posto in cui il ricordo di coloro che sono morti in montagna possa rimanere. Nonostante molte persone si fermino in questo punto, le voci si perdono nel vento ed il silenzio è interrotto solo dallo svolazzare delle bandierine nepalesi appese ovunque, che ci regalano l’impressione della caducità della vita, ma anche della leggerezza con cui si possa affrontarla.

Trascorso qualche momento di bella e profonda riflessione, ci rimettiamo in cammino: la discesa verso Dougla è rapida e divertente, a patto di far attenzione a non farsi trarre in inganno dai sassi ricoperti di sabbia. In un attimo siamo al lodge dove avevamo dormito solo tre giorni prima e, dopo un attimo di sosta, ci incamminiamo verso Periche.

Per farlo si scende a lato del letto del fiume, non particolarmente florido nonostante la stagione. Gli argini del fiume sono friabili e infatti qualche anno prima una grossa alluvione aveva spazzato via i piccoli lodge di Dougla, costruiti probabilmente troppo vicini al fiume. Non che quelli ricostruiti siano lontanissimi, ma perlomeno qualche metro più in alto. La valle è sferzata da un vento freddo che ci sbatte in faccia e ci costringe a coprirci nonostante il sole caldo. Dopo un’iniziale discesa, una lunga piana si apre dinnanzi a noi e ci fa sembrare Periche un miraggio che però dopo un po’ si materializza, con abitazioni, muretti a secco, lodge curati e shop: in questa semplicità ci sembra di essere tornati alla civiltà.

Mangiamo un buon pranzo, che tuttavia non riesce a saziarci vista la nostra fame.

Ciononostante abbiamo recuperato le energie per terminare il lungo tragitto odierno, che ci conduce fino a Pangboche. Stavolta però dormiamo nella parte alta del villaggio, che si presenta con delle case che si sviluppano in verticale all’interno di un piccolo avvallamento della montagna. Al centro delle case spicca il rosso del monastero, uno dei più antichi, sopravvissuti al tempo, che visiteremo l’indomani.

La nostra priorità è senza dubbio una doccia calda e per fortuna veniamo soddisfatti: mai una doccia aveva rappresentato un piacere così grande.

Dopo un piatto di chowmeini, una forma loro di spaghetti (ottimi), e un paio di partite a scacchi, crolliamo a letto sfiniti.

In un attimo si fa mattina: non dormivo così bene da giorni. Che bellezza.

Al mattino, dopo una colazione con vista mozzafiato in cui il monastero poco dinnanzi a noi si staglia sulla montagna innevata retrostante, andiamo proprio a far visita al monastero, dove sono conservati anche i resti (la testa e una mano) di uno yeti. Come negli altri monasteri, vediamo le scritture e gli abiti dei monaci, che anche in questo caso non sono presenti. La visita è tuttavia molto piacevole.

Ci dirigiamo quindi verso Phortse, seguendo un sentiero che, quando lo vedevamo dall’altra parte della valle, ci era parso snodarsi pianeggiante lungo il versante della montagna: non è così. Ancora una volta è un continuo saliscendi, con una sola costante: la vista di Tengboche e del suo monastero che si stagliano di là dalla valle e ci accompagnano fin quando alla nostra destra si apre una discesa al fondo della quale vediamo Phortse, tipico villaggio sherpa con i terreni ben delimitati che si snodano lungo il versante in discesa della montagna e sono intervallati da edifici bassi, alcuni adibiti a lodge, ma per lo più abitazioni. Scendiamo a corse e in un attimo siamo nel villaggio, pronti a dissetarci con un tè.

Quello che definiamo lodge sembra in realtà il cortile di una casa privata e l’atteggiamento della padrona di casa è proprio quello. Non si cura particolarmente di noi, se non il minimo indispensabile. Approfittando della nostra stanchezza, Lama si prende gioco di me: quando gli chiedo il bagno mi indica una struttura piccola poco distante dalla casa. Apro la porta e trovo un pavimento in legno con un buco al centro e foglie secche ai lati: non gliela do vinta e faccio finta di niente. È un’esperienza anche questa: Nepali toilette, mi dirà poi lui sorridente quando gli farò notare che mi aveva leggermente preso in giro.

Ci aspettano ancora diverse fatiche, perciò ci incamminiamo e, dopo aver visto in lontananza la vetta del Cho Oyu, scendiamo fino al fiume lungo una ripida discesa, alla quale fa naturalmente seguito un altrettanto ripida salita.

Le gambe sono appesantite dai giorni di cammino e soprattutto dallo sforzo del giorno precedente, e ogni passo è un’immensa fatica, soprattutto perché la verticalità della salita è tale da richiedere uno sforzo muscolare e non solo di resistenza. A pochi passi per volta, alternati a numerose e frequenti pause, maledicendo la scelta di fare questa deviazione, arriviamo in cima a Mong La, nuovamente a quasi 4000 metri. Lo sguardo si volge verso il panorama circostante, ma è l’appetito ad avere la meglio. Pranziamo al sole, che ci scalda e rischia di abbrustolirci, ma era necessario per affrontare la parte rimanente del viaggio. Finalmente infatti, dopo pranzo, inizia una lunga discesa, che in breve ci ricongiunge con la strada che giorni prima avevamo percorso lasciando Namche Bazar. La meta odierna si avvicina e il percorso diventa più malleabile: di buon passo, chiacchierando finalmente senza dover riprendere fiato ad ogni parola, arriviamo a metà pomeriggio a Namche Bazar.

All’imbocco delle scale che avevamo fatto per lasciarla ci pare di essere tornati in città, nonostante si tratti di un villaggio a 3440 metri. E sembra che sia passata un’eternità dal giorno in cui l’abbiamo lasciata.

Arrivati al lodge nemmeno il tempo di sederci e decidiamo di brindare con un paio di meritate birre, ponendo fine all’astinenza da alta quota.

Dopo esserci nuovamente lavati e rimpinzati, la sera replichiamo il brindisi con una Guinness all’Irish Pub: ecco perché pensare di essere tornati in città non era poi un pensiero così assurdo. Namche, nel suo essere piccola, ti offre persino la possibilità di entrare in un pub addobbato da magliette e bandiere, con calcetto e biliardo, con dell’ottima birra e lo sport in tempo reale, roba che nemmeno da noi...

Lasciamo le nostre firme sul muro del locale (non si tratta di vandalismo, ma notiamo che molti prima di noi lo hanno fatto) e ce ne andiamo verso le 10, assonnati, lasciando il pub con alcuni avventori decisamente su di giri.

Siamo molto più rilassati, perché è qui che formalmente possiamo ritenere chiuso il trek: sebbene manchi ancora ufficialmente una tappa, è qui che realizziamo di avercela fatta ed è qui che finalmente comunichiamo a casa che stiamo ancora tutti bene, benedetto WiFi.

Il mattino seguente, ancor più riposati, ci incamminiamo verso Lukla: abbiamo ora più tempo di goderci anche gli sguardi e gli atteggiamenti delle persone che vivono nei villaggi che incontriamo lungo la strada.

Possiamo tornare a vestirci leggeri e a proteggerci abbondantemente contro il sole, mentre rapidamente ridiscendiamo da Namche fino al fatidico ponte sospeso, che stavolta attraversiamo prestandogli molta meno attenzione.

Il percorso è infatti identico a quello dell’andata e quindi non desta più di tanto la nostra attenzione ed anche le salite che affrontiamo sono tranquille: l’unica pausa forzata è dovuta al controllo dei pass che viene effettuato anche all’uscita a Monjo. Lasciamo quindi che sia Lama a districarsi tra la burocrazia nepalese e quindi continuiamo la marcia, sostando solo per un tè. Questo tratto di strada è un continuo su e giù e, complici le energie ormai al lumicino, il passo non è dei più sostenuti. Arrivati a Phakding decidiamo quindi di riposarci, approfittando della pausa pranzo, ma anche così le cose non migliorano.

Nonostante la presenza di ossigeno in quantità quasi inusuali dopo i giorni di alta quota, siamo costretti ad un ulteriore pit stop dove, a suon di bibite gasate, ci rifocilliamo pronti per affrontare gli ultimi 200 metri di dislivello che ci portano a Lukla.

Quando ci arriviamo, siamo così cotti che non pensiamo nemmeno a festeggiare, ma dentro di noi sale la soddisfazione per avercela fatta.

Il lodge è oltre l’aeroporto, perciò, dopo aver percorso tutta la strada che attraversa il villaggio, ammiriamo nuovamente, un po’ spaventati, la pista ormai per noi di decollo, la cui discesa termina solo al fin della montagna: o decolli o decolli. Una fantomatica torre di controllo e il via vai di elicotteri non ci rassicurano, ma un paio di birre e una cena nel lodge ci fanno dimenticare tutto.

A questo si aggiunge la stanchezza, che mi fa addormentare poco dopo aver finito la cena direttamente sui morbidi tessuti che rivestono le panche della sala da pranzo. Per fortuna vengo aspettato e passo la notte nel letto, altrimenti il freddo si sarebbe fatto sentire.

Il mattino seguente alle 530 siamo già in aeroporto, pronti per il rientro dalle montagne: avere il volo presto è sempre un vantaggio, perché al mattino il tempo è decisamente migliore e c’è meno rischio di cancellazione voli.

Infatti il nostro volo è puntale e stavolta, senza le nuvole dell’andata, ci rendiamo conto di quanto voli basso: le cime delle montagne sottostanti sembrano davvero essere a portata di mano quando le sorvoliamo, verdi e rigogliose.

Il tempo di ammirare tutto questo dura soltanto pochi minuti, infatti come all’andata in 20 minuti siamo nuovamente a terra, nel caldo dell’aeroporto di Ramechap.

Qui possiamo finalmente spogliarci degli abiti pesanti della montagna e vestirci corti, in attesa del passaggio per Kathmandu, convinti che Lama sia andato alla ricerca del nostro pulmino.

Dopo alcuni minuti di attesa lo vediamo arrivare, ma anziché un pulmino ci indica una jeep: si è a quanto pare dovuto arrangiare nella ricerca di un passaggio e questo è il meglio che ha trovato.

Il meglio tradotto vuol dire bagagli caricati sul tetto e io e Cipi cacciati nel baule seduti su due sedili che si guardano, a giocare a tetris per incastrare gambe e zaini. Il tutto nel caldo che si fa più pesante sin da subito.

Siamo comunque piuttosto assonnati e quindi riusciamo a chiudere occhio anche in posizioni improbabili, perlomeno fin quando le buche delle strade non ci risvegliano.

Una pausa a metà viaggio ci dà l’occasione per una colazione: qui il dolce è un miraggio e quindi vada per un sandwich al pollo, la cui quantità di cipolle risveglierebbe chiunque.

Non noi a quanto pare, che nel viaggio successivo continuiamo come prima a prender sonno con la testa ciondolante, fino alle porte di Kathmandu. Qui il caldo, misto al traffico fuori controllo e alla curiosità di veder districare l’autista al suo interno ci tengono svegli.

Dal vetro posteriopre della jeep il nostro sguardo si perde nella direzione da cui siamo venuti: lo smog e la polvere creano una coltre che non rende possibile osservare in lontananza.

Possiamo quindi solo immaginare le montagne che abbiamo lasciato ormai alle nostre spalle e già ci assale un po’ di nostalgia, consapevoli di aver vissuto un’esperienza davvero straordinaria e, forse, irripetibile.

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